Ecco qual è la caratteristica più importante dell’innovazione: deve essere aperta

30 SET 19
Ultimo aggiornamento: 00:11 | 1 OTT 19
Immagine di Ecco qual è la caratteristica più importante dell’innovazione: deve essere aperta
Il mercato dell’innovazione in Italia è in pieno fermento. I dati mostrano che tutto sta cambiando ed è in movimento. Prendiamo come esempio il settore fintech. Le potenzialità inespresse sono ancora molte, basti dire che il valore delle transazioni fintech nel Regno Unito supera i 216 miliardi di dollari (circa 3.300 dollari per abitante), in Germania il valore è più di 130 miliardi (circa 1.590 dollari per abitante), mentre in Italia siamo a poco più di 38 miliardi (598 dollari per abitante). Ma la crescita è in atto: nel 2018 in Italia ci sono stati 213 milioni di euro di investimenti in fintech, più della somma di quanto investito nei 4 anni precedenti (182 milioni di euro). Siamo indietro, ma siamo sulla buona strada per recuperare il terreno perduto.
L’innovazione è da sempre un fattore competitivo e, quindi, di sviluppo di un paese. Negli ultimi due decenni il modo di innovare è cambiato irrimediabilmente, e questo ha conseguenze permanenti sullo sviluppo economico e sociale. Internet, le reti, l’informatica e la nuova capacità di trattare i dati, assieme alla globalizzazione, alla crescita demografica e all’innalzamento del livello medio dell’istruzione nel mondo, permettono a un numero sempre maggiore di persone di scambiarsi idee e conoscenza. Ed è proprio questo nuovo modo di connettersi e di gestire l’informazione, aperto e globale, che ha determinato sia un incremento esponenziale della frequenza delle innovazioni sia un deciso cambiamento delle modalità stesse con cui l’innovazione si fa e prospera.
La digitalizzazione sta determinando certamente un salto di continuità. Lascio a ciascuno il giudizio di come catalogarla, se come nuova rivoluzione o evoluzione delle precedenti. Ma certamente gli effetti sono quelli di una rivoluzione. Se la rivoluzione industriale – una delle più importanti discontinuità che la storia ricordi – individuò infatti dei meccanismi per sostituire la forza delle braccia, la digitalizzazione, intesa come combinazione di informatica, reti e intelligenza artificiale porta a fare lo stesso con il cervello. Di conseguenza, la portata dei cambiamenti che stiamo vivendo è tale che ben pochi dei modelli di business preesistenti potranno essere ancora come prima. Osserviamo quotidianamente la “disruption” dei modelli di business, man mano che questi vengono digitalizzati, e osserviamo che in tali settori gli operatori che non si trasformano si avviano verso il declino e sono probabilmente destinati a sparire o a ridimensionarsi in un arco di tempo – comunque breve – proporzionale alla velocità della trasformazione nel proprio campo, a favore dei nuovi venuti.
Gli effetti di tutto ciò sono evidenti. I comportamenti e le abitudini sociali evolvono velocemente. I cicli di vita dei prodotti e dei processi produttivi si sono drasticamente ridotti. Inoltre le barriere d’accesso alle risorse – capitali, tecnologia, talenti – sono di gran lunga inferiori rispetto al passato, grazie all’abbattimento dei costi e all’aumento delle interconnessioni (basti pensare che uno smartphone ha una capacità di elaborazione superiore a tutta la potenza di calcolo che esisteva nel mondo non più di 50 anni fa e che un piccolo team può sconvolgere intere industrie, come è accaduto con WhatsApp, Waze e Booking). Un altro esempio di questo processo è la sharing economy, che ha anche contribuito a spostare rilievo dal concetto di “proprietà” a quello di “utilizzo”, grazie a un modello efficiente e flessibile basato sulla condivisione resa possibile dalle tecnologie. Anche il contributo intellettuale del talento è cambiato, beneficiando di un level playing field globale in cui ciascuno contribuisce al processo produttivo nell’ambito in cui eccelle. I nuovi modelli di business vengono definiti “data driven” e sono basati su una superiore capacità di raccogliere, elaborare e condividere informazioni che vengono procurate da una articolazione di servizio decentrata e distribuita e hanno un’incredibile capacità di attrarre e gestire il talento necessario per metterle a frutto.
Qual è dunque il nuovo motore dello sviluppo? La capacità di gestire l’innovazione. Oggi alla base dello sviluppo economico – per un paese, per un’impresa o per un individuo – vi è dunque il modo con cui si promuove e si partecipa all’innovazione e il modo con cui ci si procura e si gestiscono i dati e il talento, che sono la vera risorsa della nuova economia. Ma l’innovazione da sola non basta. In un mondo in cui apertura e chiusura si confrontano in tutti gli ambiti, siamo certi che l’innovazione deve essere aperta. L’Open Innovation è alla base delle nuove regole del gioco, che influenzano ogni ambito della vita economica e sociale.
I luoghi dell’innovazione non sono più quelli tradizionali. Il motore dell’innovazione non può essere una singola impresa, una singola università, un singolo centro di ricerca, bensì gli ecosistemi aperti che favoriscono la contaminazione, l’interazione efficace tra soggetti diversi tra loro quali startup, imprese, mondo finanziario, investitori, università, acceleratori, incubatori e istituzioni, supportati da piattaforme aperte che permettono di interconnettere tra loro operatori, soluzioni, prodotti, servizi, informazioni e perfino competitor. Gli ecosistemi aperti, di cui la Silicon Valley è l’esempio più evidente, sono i luoghi della competizione e della co-creazione ed è all’intersezione tra cooperazione e competizione che si sviluppa una sana e proficua contaminazione e collaborazione competitiva, un effetto creativo, interdisciplinare, di emulazione, networking e capacità di apprendere dai fallimenti e dalla “diversity”. Ed è da questo che deriva un prodigioso contributo allo sviluppo economico generale. Un paese e un tessuto produttivo senza ecosistemi aperti, e quindi incapaci di cambiare secondo queste nuove regole del gioco, sono inevitabilmente destinati a perdere terreno nella competizione globale, che oggi infatti è sempre più volta a realizzare gli ecosistemi migliori e più attraenti.
Ma quali sono i principali elementi necessari a un buon ecosistema dell’innovazione? Per fortuna non esiste un solo modello e una sola risposta a questa domanda. Ecosistemi fertili ed efficaci sono possibili in modo diverso a seconda delle culture esistenti (si pensi ai nostri storici distretti industriali), ma appaiono necessari alcuni ingredienti.
Il primo è certamente la consapevolezza culturale del cambiamento in atto, che consenta di vedere le grandissime opportunità che porta, unitamente all’atteggiamento umile e costruttivo che serve per imparare le nuove regole del gioco. Il secondo è l’imprenditorialità, motore vero dell’energia e della volontà di affrontare il rischio che serve per concepire, creare e far prosperare un’azienda, un prodotto, un modello nuovo. L’imprenditorialità non va data per scontata ma va coltivata, sostenuta e promossa come il motore primario della crescita economica nella discontinuità storica che stiamo affrontando.
Seguono poi, quali fattori cruciali: un circuito virtuoso di gestione della conoscenza attraverso l’interazione tra università, acceleratori, luoghi e meccanismi di networking e mentoring; un buon circuito di gestione dei capitali nella forma adatta a supportare i rischi e le incertezze collegate all’innovazione, come il cosiddetto venture capital o capitale di rischio, adatto a rendere economicamente efficiente il finanziamento delle iniziative nate negli ecosistemi e supportarne la crescita a livello internazionale, anche per attrarre investimenti stranieri; lo sviluppo di un certo numero di piattaforme aperte locali a supporto delle interconnessioni operative di fattori produttivi, che sono peraltro a loro volta un frutto dell’ecosistema stesso.
Tutto questo è necessario per riuscire a ottenere non tanto l’innovazione in sé, ma la capacità di attrarre e far prosperare il talento, cioè il capitale umano di eccellenza che sta alla base dello sviluppo delle imprese innovative. Creare ecosistemi di innovazione aperti deve essere senza dubbio una delle strade da perseguire, specialmente per un paese come il nostro, per recuperare l’attuale gap competitivo che ci separa delle migliori economie mondiali. La buona notizia è che non è impossibile. E siamo in tempo per farlo.